Dalla fame alla tavola: i piatti simbolo della Rivoluzione Francese spiegati bene

Dalla fame alla tavola: i piatti simbolo della Rivoluzione Francese spiegati bene

Se pensate alla Rivoluzione Francese, probabilmente la prima cosa che vi viene in mente è una folla inferocita, qualche parrucca polverosa che rotola e un tizio che grida "Liberté, Égalité, Fraternité" sventolando un tricolore.

Ma se vi dicessi che gran parte di quel trambusto è iniziato proprio a causa della pancia vuota? Ebbene sì, la storia francese non si scrive solo nei libri di testo, ma si assapora nei piatti che sono nati o cambiati radicalmente tra il 1789 e la fine del secolo.

Per noi italiani, che siamo abituati a vedere la cucina come un rito sacro fatto di nonne che impastano e segreti tramandati, capire la cucina francese di quel periodo significa immergersi in un mondo dove un pezzo di pane poteva decidere il destino di un re.

In questo articolo, noi de La Francerie vogliamo portarvi a spasso per le strade di Parigi, tra l'odore di lievito madre e i fumi dei primi brodi "ristoranti", per scoprire come la politica abbia influenzato il modo di mangiare dei nostri cugini d'oltralpe. Non serve essere esperti di salse complicate: mettetevi comodi e preparatevi a scoprire che la rivoluzione ha un sapore decisamente più rustico di quanto possiate immaginare.

Il pane dell’uguaglianza: quando la farina diventa politica

Tutto comincia con il pane. Non stiamo parlando della baguette lunga e croccante che compriamo oggi, quella è arrivata molto dopo. Nel 1789, in Francia, il pane era la vita. Gli operai parigini ne mangiavano chili al giorno, ed era praticamente l'unica fonte di sostentamento. Il problema è che ce n'era poco e costava una fortuna.

Prima della Rivoluzione, esisteva una gerarchia ferocissima persino nel forno: i ricchi mangiavano il "pane bianco", fatto con farina setacciata e leggerissima, mentre il popolo si doveva accontentare del "pane nero", una roba dura, piena di crusca e spesso tagliata con segale o, nei casi peggiori, segatura e gesso. Questa differenza visibile e commestibile creava un risentimento incredibile.

Quando il prezzo del grano schizzò alle stelle a causa di raccolti disastrosi, il popolo non ne potè più. La vera scintilla della Rivoluzione non fu un'idea filosofica, ma la fame nera.

Nel 1793, il governo rivoluzionario emanò un decreto che oggi definiremmo geniale: vietò la produzione di pani diversi. Non esisteva più il pane dei ricchi e quello dei poveri, ma solo il "Pane dell’Uguaglianza" (Pain d'Égalité). Era un pane integrale, nutriente, uguale per tutti. Immaginate la scena: per la prima volta nella storia, il nobile decaduto e il calzolaio mangiavano lo stesso identico prodotto. Un atto di democrazia panificata che ha segnato profondamente lo spirito francese e che noi di La Francerie amiamo ricordare come il primo vero passo verso la modernità in cucina.

Antoine Parmentier e il miracolo della patata "vietata"

Se oggi mangiate patatine fritte a ogni angolo di strada, dovete ringraziare un uomo che, durante la Rivoluzione, fece una campagna di marketing degna dei migliori influencer moderni: Antoine-Augustin Parmentier.

Prima della fine del Settecento, in Francia (e in gran parte d’Italia), la patata era vista malissimo. Si pensava che portasse la lebbra, che fosse un cibo adatto solo ai maiali o, peggio, che fosse un tubero del diavolo perché cresceva sottoterra. Parmentier, che l’aveva assaggiata durante la prigionia in Prussia, aveva capito che era la soluzione definitiva alle carestie. Per convincere i francesi a mangiarla, usò un trucco psicologico formidabile. Fece coltivare un campo di patate alla periferia di Parigi e vi piazzò delle guardie armate durante il giorno.

La gente, vedendo tutta quella sorveglianza, pensò: "Caspita, quella roba deve essere preziosissima!". Di notte, le guardie si ritiravano apposta, e i contadini correvano a rubare i tuberi per piantarli nei propri orti. Fu così che la patata entrò nelle case francesi.

Durante la Rivoluzione, divenne il simbolo della resistenza alimentare: Il "Hachis Parmentier", una sorta di sformato di carne e purè di patate che ancora oggi si trova in ogni bistrot, nacque proprio per nobilitare questo ingrediente semplice. Non è un piatto ricercato o complesso, è sostanza pura, energia per chi doveva lottare nelle piazze. È la dimostrazione che non servono ingredienti introvabili per fare la storia, ma basta un’idea coraggiosa.

La nascita del ristorante: quando gli chef rimasero senza lavoro

Ecco un altro aspetto incredibile che spesso non si considera: prima della Rivoluzione Francese, il concetto di "andare al ristorante" come lo intendiamo oggi praticamente non esisteva.

Esistevano le locande, dove mangiavi quello che passava il convento seduto a tavoli comuni con sconosciuti, spesso con un’igiene che definire discutibile è un complimento. I grandi chef, quelli che sapevano davvero cucinare, lavoravano tutti nelle case dei nobili.

Poi, zac! Arriva la ghigliottina, i nobili scappano o perdono la testa, e centinaia di cuochi fenomenali si ritrovano disoccupati dalla sera alla mattina. Cosa fecero? Aprirono le proprie attività.

Per la prima volta, il cittadino comune, a patto di avere qualche moneta in tasca, poteva sedersi a un tavolo privato, leggere un menu e farsi servire un piatto cucinato da uno chef che fino al giorno prima serviva un duca. Il termine "ristorante" deriva proprio dai "bouillons restaurants", ovvero dei brodi caldi che servivano a "ristorare" le forze.

Questa è stata la vera democratizzazione del gusto. La cucina francese è uscita dai palazzi chiusi ed è scesa in strada, diventando un bene accessibile. Quando guardate le eccellenze che vi proponiamo su La Francerie, pensate che quel sapore di cura e di attenzione è figlio di questo momento storico: il momento in cui la qualità ha smesso di essere un segreto di pochi per diventare un vanto nazionale per molti.

La zuppa di cipolle: il conforto dei rivoluzionari nelle notti parigine

Se c'è un piatto che incarna lo spirito di Parigi e della sua storia popolare, è la Soupe à l’Oignon.
Anche se esisteva già da secoli, fu durante il periodo rivoluzionario che si consolidò come il pasto notturno per eccellenza. Immaginate i mercati di Les Halles, il cuore pulsante di Parigi, dove i lavoratori scaricavano le merci all’alba. Avevano bisogno di qualcosa di caldo, economico e robusto. La cipolla, che cresce ovunque e costa pochissimo, veniva stufata per ore fino a diventare dolce e scura, poi allungata con acqua o brodo e arricchita con crostoni di pane vecchio (perché non si buttava nulla) e una spolverata di formaggio.

Non era un piatto da gran gala, era il piatto di chi aveva passato la notte a discutere di costituzione o a pattugliare le strade. È una ricetta che non nasconde nulla: è trasparente, onesta, proprio come dovrebbe essere la buona cucina. In Italia abbiamo tradizioni simili con le nostre zuppe contadine, ma la versione francese ha quella nota caramellata che la rende unica. Non serve essere esperti per apprezzarla, basta avere fame e voglia di calore. È la prova che la semplicità, quando è fatta bene, non ha nulla da invidiare ai piatti più complessi.

Il caffè: l'infuso scuro che ha alimentato le idee

Potrebbe sembrare strano parlare di caffè in un articolo sulla cucina francese, ma nel 1789 il caffè era molto più di una bevanda: era il carburante della rivolta.

I "Cafés" di Parigi, come il celebre Procope, erano i luoghi dove si riunivano Danton, Marat e Robespierre. Tra una tazza e l'altra, si scrivevano pamphlet e si accendevano gli animi. Prima della Rivoluzione, il caffè era un prodotto coloniale consumato con una certa moderazione, ma con l'arrivo dei nuovi ideali divenne il simbolo della veglia e dell'intelletto contrapposto al vino, che invece era visto come ciò che intorpidiva i sensi (e che spesso i nobili usavano per tenere calmo il popolo). I rivoluzionari volevano essere svegli, pronti all'azione. Il caffè veniva servito nero, forte, senza troppi fronzoli.

Questa cultura del caffè come momento di incontro e di scontro intellettuale è rimasta nel DNA francese. Ancora oggi, sedersi a un tavolino all'aperto a Parigi non è solo bere qualcosa, è partecipare alla vita pubblica.

Noi di La Francerie crediamo che ogni prodotto debba raccontare una storia, e il caffè della Rivoluzione ci insegna che anche un piccolo gesto quotidiano può nascondere un desiderio di cambiamento enorme.

Champagne e vino: il ribaltamento delle bollicine

Chiudiamo questo banchetto storico con un sorso di vino. Prima del 1789, lo Champagne era la bevanda dei re. Lo bevevano a Versailles, lo usavano per celebrare le incoronazioni, era il simbolo massimo di un potere lontano dal popolo.

Con la Rivoluzione, lo Champagne rischiò di sparire insieme ai suoi consumatori abituali.

Tuttavia, accadde una cosa curiosa: i rivoluzionari, anziché distruggere le vigne, decisero di "appropriarsi" del simbolo. Lo Champagne divenne la bevanda delle feste civiche, delle celebrazioni per la presa della Bastiglia e delle vittorie militari di Napoleone poco dopo.

Cambiò il significato: da "lusso del sovrano" a "orgoglio della nazione". Anche il vino rosso comune subì una trasformazione. Fu dichiarato "bevanda patriottica". Ogni soldato dell'esercito rivoluzionario aveva diritto a una razione quotidiana di vino per sostenere il morale.

Il vino divenne un diritto del cittadino, non più un capriccio del padrone. Questo approccio è quello che cerchiamo di trasmettere noi: il piacere di un buon bicchiere o di un piatto ben fatto non è un privilegio, ma una gioia che tutti dovrebbero potersi concedere per celebrare i propri piccoli e grandi traguardi quotidiani.

Ma quindi... perché mangiare "alla francese" oggi?

La Rivoluzione Francese ci ha lasciato in eredità molto più di qualche principio politico; ci ha dato la libertà di sederci a tavola e godere della qualità senza dover chiedere il permesso a nessuno. I piatti che abbiamo raccontato sono figli di un’epoca turbolenta, ma sono arrivati fino a noi perché parlano un linguaggio universale: quello della fame, del conforto e della condivisione. Non serve conoscere termini tecnici o aver frequentato scuole di cucina per apprezzare un buon Hachis Parmentier o un pezzo di pane fragrante. Basta saper riconoscere la storia che ci sta dietro.

Siamo convinti che la vera bellezza della gastronomia francese risieda proprio in questa sua capacità di essere rustica e fiera allo stesso tempo, di trasformare una cipolla o una patata in un capolavoro di sapore grazie alla cura e alla passione. Ogni prodotto che trovate nel nostro shop è stato selezionato pensando a questa eredità: non oggetti da esposizione, ma sapori vivi, che raccontano di territori, di persone e di quella voglia di stare bene che, dal 1789 a oggi, non è mai cambiata.

Ti è venuta voglia di assaggiare un pezzetto di storia? Esplora la nostra selezione di prodotti tipici e porta sulla tua tavola lo spirito della vera Francia, quella che ha saputo trasformare una rivolta in un’arte culinaria senza tempo.


Fonti consultate per questo articolo:
  • Spang, R. L. (2000). The Invention of the Restaurant: Paris and Modern Gastronomic Culture. Harvard University Press.
  • Kaplan, S. L. (1996). The Bakers of Paris and the Bread Question, 1700-1775. Duke University Press.
  • Parmentier, A. A. (1781). Recherches sur les végétaux nourrissants che, dans les temps de disette, peuvent remplacer les aliments ordinaires.
  • Flandrin, J. L., & Montanari, M. (1999). Food: A Culinary History. Columbia University Press.
  • Archivi storici della gastronomia francese - Bibliotèque Nationale de France (BNF).

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